Memoria di replica nel processo civile, assenza di vincoli con la conclusionale

Il deposito della comparsa conclusionale non rappresenta un presupposto per la redazione e deposito della memoria di replica alla conclusionale di controparte

memoria

Secondo la S.C., non sussiste alcun vincolo necessario tra deposito della conclusionale e deposito della successiva memoria di replica, diretta a controdedurre sulle allegazioni avversarie e precisare, alla luce delle stesse, le proprie deduzioni.
In tale prospettiva, è dunque ammissibile che la parte rinunci alla facoltà di depositare la comparsa conclusionale, o comunque non si avvalga di detta facoltà, senza peraltro perdere automaticamente la facoltà di replica sulle avverse deduzioni, ben potendo sorgere dalla conclusionale avversaria l’interesse a replicare alle argomentazioni della controparte ivi contenute (Cass., Sez. 2, Sent. n, 22911 del 2017).

Perciò, il deposito della comparsa conclusionale non rappresenta un presupposto per la redazione e deposito della memoria di replica alla conclusionale di controparte e, di regola, nel giudizio civile, la memoria di replica deve essere presa in considerazione dal giudice indipendentemente dal fatto che la parte parte abbia o meno depositato una propria comparsa conclusionale.

Il giudice di legittimità ha anche affermato, con la Sent. della Corte di Cassazione, Sez. 3, n. 6439 del 2009, che la memoria di replica di cui all’art. 190 c.p.c. deve essere valutata dal giudice alla sola condizione che la parte l’abbia tempestivamente comunicata all’avversario, non rilevando che la parte stessa non abbia altresì provveduto alla comunicazione di una propria comparsa conclusionale all’avversario (v. anche: Cass. 4211/2002; sul punto, come decisione di segno opposto si richiama in giurisprudenza amm.: Cons. Stato Sent. 22.3.2012, n. 1640)

Può accadere che una parte non depositi la comparsa conclusionale ma solo una memoria di replica con la quale però non si limita a contrastare le difese formulate dalla controparte con la comparsa conclusionale.
Una replica così articolata può essere diretta a tener luogo della comparsa non depositata utilmente.
In questo caso, depositando la comparsa di replica senza aver precedentemente depositato quella conclusionale, è possibile che di fatto sia impedito alle controparti di replicare a loro volta alle tesi difensive dell’avversario.

Allorché la memoria di replica non sia destinata a replicare alle difese svolte dalla controparte, ma tenda a surrogare la comparsa conclusionale non depositata nei termini, essa finisce per violare le garanzie di difesa e contraddittorio, impedendo alla controparte il proprio diritto di difesa.
Di conseguenza, in quest’ultimo caso il giudice non dovrebbe tener conto della replica.

L’eventuale impugnazione della sentenza allo scopo di contestare che la parte avversa ha omesso di depositare nei termini la propria comparsa conclusionale, depositando invece tempestivamente la comparsa di replica alla comparsa conclusionale della controparte, così venendo meno la possibilità per quest’ultima di replicare a propria volta, richiede la prova di una concreta lesione del diritto di difesa e di contraddittorio.
In particolare, ai fini della censura di violazione del diritto di difesa, con conseguente nullità della pronuncia emessa, si pone come indispensabile che la irrituale conduzione del processo abbia prodotto nel concreto una lesione del suddetto diritto (tra le tante, Cass. n. 4020/2006, Cass. n. 12973/2018, Cass. n. 6555/2019).

Pertanto, ai fini di un accoglimento dell’impugnazione occorre dimostrare in modo specifico che il deposito, ad opera della parte appellata, di una memoria di replica, in assenza del deposito della previa comparsa conclusionale, abbia impedito di svolgere ulteriori e rilevanti difese di contrasto (Corte di Cass., Ordin. n. 27436 del 2019).

Azione di rivalsa art. 292, comma I, DLgs 209/05

L’obbligo di solidarietà che l’impresa designata, che ha risarcito il danno per conto del Fondo di garanzia vittime della strada, assolve soccorrendo la vittima della circolazione, non deriva dal fatto illecito, ma dalla imputazione al soggetto solidale ex lege dell’obbligo risarcitorio; tale fattispecie di solidarietà e l’azione di rivalsa si sottraggono alla regola della prescrizione breve, che è di stretta interpretazione

rivalsa incidente

Azione di regresso

L’azione di rivalsa promossa dall’impresa designata per il Fondo di Garanzia delle Vittime della Strada nei confronti del responsabile del sinistro, disciplinata dall’art. 292, I comma, D.Lgs. n. 209/2005, è pacificamente ritenuta un’azione di regresso, in quanto l’obbligo risarcitorio in capo all’impresa designata sorge non già dal fatto illecito in sé e per sé, bensì ex lege ed in presenza di determinati presupposti fattuali, fra i quali la mancata copertura assicurativa del veicolo responsabile del sinistro e l’avvenuto pagamento del danno da parte della impresa assicurativa.

Pertanto, si tratta di una obbligazione risarcitoria autonoma e distinta rispetto a quella sorta dal sinistro fra danneggiante e danneggiato, che si trasforma in “obbligazione di valuta” a seguito del pagamento di una somma determinata e specifica, accertata giudizialmente o accettata dal danneggiato in via transattiva. Nel caso di giudizio, il momento in cui il debito di valore si converte in debito di valuta è quello in cui diventa incontestabile la sua liquidazione, e cioè diventa definitiva la sentenza che tale liquidazione effettua” (Cassazione Sent. n. 7697 del 2 aprile 2014).

La giurisprudenza della suprema corte ha affermato univocamente la natura risarcitoria di tale obbligazione gravante in capo al FGVS e ha precisato che la posizione dell’impresa va assimilata a quella del fideiussore, più che a quella di un assicuratore, proprio in forza della norma sopra richiamata che attribuisce alla stessa il diritto di agire in via di rivalsa nei confronti dell’obbligato principale al fine di ottenere il rimborso di quanto pagato (Cass. civ. Sent. n. 18401 del 19.8.2009).

Termine di prescrizione

Come precisato dalla suprema corte: “Il diritto di rivalsa dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato per recuperare l’indennità nella misura in cui avrebbe potuto rifiutare o ridurre la propria prestazione (…) sorge per effetto del pagamento dell’indennizzo al terzo danneggiato; prima di quel momento nessun credito ha l’assicuratore nei confronti del proprio assicurato e quindi nessun diritto da esercitare nei confronti di quest’ultimo. Ai sensi dell’art. 2935 c.c. la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. Corollario della norma è che un diritto deve in primo luogo esistere con la conseguenza che se il diritto non esiste ancora non può iniziare a decorrere il termine prescrizionale. Pertanto in ipotesi di azione di rivalsa (…) deve affermarsi il principio che detto termine decorre dal giorno in cui l’assicuratore abbia provveduto al pagamento dell’indennizzo in favore del terzo danneggiato (v. nello stesso senso in un’ipotesi di pagamento frazionato Cass. sez. III, 16 maggio 1997 n. 4363)” (Cass. Civ. Sent. n. 10351 del 7.8.2000).

Il termine prescrizionale entro il quale l’azione di rivalsa va esercitata nei confronti del responsabile del sinistro, per il recupero del risarcimento corrisposto al danneggiato, è decennale ex art. 2946 c.c. (Cass. Civ. Sez. III, n. 15303 del 19.6.2013).

Infatti, l’obbligo di solidarietà che l’impresa designata assolve, soccorrendo la vittima della circolazione, non deriva dal fatto illecito, ma dalla imputazione ad un soggetto solidale “ex lege” dell’obbligo risarcitorio, e tale particolare fattispecie di solidarietà sfugge alle ragioni della prescrizione breve, che è di stretta interpretazione (Cass. Civ. Sez. III, n. 10176 del 17.10.1997, secondo cui “(…) il diritto di regresso spettante all’impresa designata nei confronti dei responsabili del sinistro per il recupero dell’indennizzo corrisposto, non può identificarsi nel diritto al “risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli” a norma dell’art. 2947, secondo comma, cod. civ. ed è soggetto in assenza di qualsiasi disposizione in deroga, contenuta nell’art. 29 della legge 24 dicembre 1969, n. 990 (ndr. vigente ratione tempore), alla prescrizione ordinaria di cui all’art. 2946 cod. civ., decorrente dalla data di esecuzione del pagamento”).

Il dies a quo va identificato con il giorno in cui l’impresa designata ha provveduto al pagamento del risarcimento a favore del terzo danneggiato (Cass. Civ. Sez. III, n. 10827 del 11.5.2007). Con la precisazione che, nel caso di pluralità di pagamenti parziali in tempi diversi, il predetto termine inizia a decorrere dalla data di corresponsione di ciascuno di essi, e non invece dall’ultimo pagamento, pur se con questo si realizza il “globale depauperamento dell’assicuratore” (Cass. Sent. n. 6769/2001).

Perciò, il diritto di rivalsa “(…) decorre da quando tale diritto può essere fatto valere (…) da individuare – nello specifico – nel giorno in cui l’assicuratore abbia effettuato il pagamento” (Cass. Civ. Sez. III, n. 10351 del 7.8.2000 cit.; Ordin. Cass. Civ. n. 13600 del 21.5.2019).

Liquidazione mediante assegno

La suprema corte ha affermato che “In caso di pagamento effettuato mediante assegni di conto corrente, l’effetto liberatorio si verifica con la riscossione della somma portata dal titolo, in quanto la consegna del titolo deve considerarsi effettuata, salvo diversa volontà delle parti, pro solvendo (…)” (Cass.. Sent. n. 17749 del 30.7.2009).

E ancora la S.C. ha chiarito che “L’obbligazione pecuniaria, quando il pagamento è effettuato con assegno si considera estinta quando il creditore ha materialmente la disponibilità della somma (non nel momento in cui riceve l’assegno dal debitore) (…)” (Cass. Civ. Sent. n. 7761 del 16.4.2015).

Dunque, seppure l’adempimento dell’obbligato può ritenersi perfezionato, sotto il profilo delle modalità di pagamento, quando l’assegno passa dalla disponibilità del traente a quella del prenditore, in quanto titolo pagabile a vista, per cui ai fini della prova del pagamento e nell’ambito di quel rapporto, quale fatto estintivo dell’obbligazione, è sufficiente che il debitore dimostri l’avvenuta emissione e la consegna del titolo, in ipotesi di azione di rivalsa dell’assicuratore nei confronti del danneggiante, vertendosi nell’ambito di un rapporto giuridico del tutto autonomo e distinto, incombe al soggetto obbligato la prova di aver effettuato in concreto il pagamento e dimostrare l’effettivo esborso.

L’incasso dell’assegno da parte del destinatario del risarcimento, di regola, va dimostrato mediante esibizione dell’estratto del corrispondente conto bancario o di documentazione equipollente, atta a comprovare validamente la “data valuta”, ovvero l’indicazione dell’addebito sul conto corrente bancario della somma liquidata.

Va considerato che la data dell’operazione bancaria rappresenta la prova idonea e necessaria a dimostrare il momento in cui sorge il diritto in capo dell’impresa designata di agire in via di rivalsa.

Di conseguenza, la mancanza di dati contabili e/o bancari sull’effettivo incasso dell’assegno da parte del beneficiario, e del conseguente addebito della valuta sul conto della società emittente, non consentirebbe di dimostrare l’esistenza di uno degli elementi costitutivi del diritto, nonché di individuare il dies a quo dal quale far decorrere il termine prescrizionale.

Stato di fatto e di progetto, abusi sanabili, vincoli paesaggistici, sanatoria giurisprudenziale

Dalla verifica tra lo stato di fatto, che emerge durante il sopralluogo, con quello di progetto depositato negli atti comunali, può risultare che un immobile sia stato modificato o realizzato senza conformità rispetto al titolo edilizio. Il T. U. DPR 380/2001 stabilisce in quali casi è possibile sanare l’intervento e conseguire un regolare titolo abilitativo

stato dei luoghi

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Dichiarazione degli estremi del titolo edilizio e nullità formale dell’atto concernente diritti reali

La nullità comminata dall’art. 46 del d.P.R. n. 380 del 2001 e dagli artt. 17 e 40 della L n. 47 del 1985 va ricondotta nell’ambito del comma 3 dell’art 1418 c.c. e deve qualificarsi come nullità «testuale». All’acquirente è accordata l’azione di ripetizione dell’indebito pagato

nullità

Sommario:
– Cass. Sent. n. 8230 del 2019;

– Ripetizione del prezzo
– Preliminare di vendita.

Cass. Sent. n. 8230 del 2019
La Corte di Cassazione, Sez. Un, con Sentenza n. 8230 del 2019 si è pronunciata sul contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità in relazione alla natura formale o sostanziale della nullità di un contratto di compravendita riguardante un fabbricato difforme rispetto al progetto assentito. Vale a dire sull’interpretazione della sanzione di nullità prevista dagli artt. 17 e 40 della L. n. 47 del 1985 e 46 del TU n. 380 del 2001.

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