La prova testimoniale nel processo civile

I limiti alla prova testimoniale, la ammissibilità delle richieste di prove per testi, la rilevabilità d’ufficio circa l’inammissibilità delle istanze istruttorie della controparte

In ordine ai limiti alla prova testimoniale
I limiti alla prova per le obbligazioni che derivano da un contratto sono previsti dagli artt. 2721 e seguenti del codice civile. L’art. 2721 c.c. afferma che la prova per testimoni dei contratti non è ammessa quando il valore dell’oggetto eccede euro 2,58.
Tuttavia l’autorità giudiziaria può consentire la prova oltre il limite anzidetto,tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza. La Suprema Corte, per esempio, ha affermato che non integra violazione del primo comma dell’art. 2721 cod. civ. l’ammissione di prova testimoniale, sebbene il valore dell’oggetto della lite ecceda il limite previsto da tale disposizione, allorché il giudice di merito ritenga verosimile la conclusione orale del contratto, avuto riguardo – ai sensi del secondo comma del medesimo articolo – alla sua natura (nella specie, contratto di mutuo per un importo inferiore a 2.000 euro) e alla qualità delle parti (nella specie, legate da vincolo di parentela) (Cass. n. 14457 del 2013).
Va precisato che la limitazione riguardante il valore dell’oggetto opera solamente in tema di contratto e allorché questo sia invocato quale fonte di diritti ed obblighi e non come mero fatto storico. Qualora si tratti di obbligazioni che derivino da un fatto illecito o da altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico (art. 1173 c.c.), sussiste la libertà di prova di questi atti o fatti, qualunque sia il valore degli esisti che da essi possano aver origine.
L’art. 2722 c.c. stabilisce come la prova per testimoni non è ammessa se ha per oggetto patti aggiunti o contrari al contenuto di un documento, per i quali si alleghi che la stipulazione è stata anteriore o contemporanea, mentre l’art. 2723 c.c. stabilisce che qualora si alleghi che, dopo la formazione di un documento, è stato stipulato un patto aggiunto o contrario al contenuto di esso, l’autorità giudiziaria può consentire la prova per testimoni soltanto se, avuto riguardo alla qualità delle parti, alla natura del contratto e a ogni altra circostanza, appare verosimile che siano state fatte aggiunte o modificazioni verbali.
La Cassazione, con sentenza n. 21443 del 2013, ha chiarito come “L’inammissibilità della prova testimoniale, ai sensi degli artt. 2722 e 2723 cod. civ., derivando non da ragioni di ordine pubblico processuale, quanto dall’esigenza di tutelare interessi di natura privata, non può essere rilevata d’ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata, prima dell’ammissione del mezzo istruttorio; qualora, peraltro, nonostante l’eccezione d’inammissibilità, la prova sia stata egualmente espletata, è onere della parte interessata eccepirne la nullità, nella prima istanza o difesa successiva all’atto, o alla notizia di esso, ai sensi dell’art. 157, secondo comma, cod. proc. civ., l’una eccezione, quella d’inammissibilità, non dovendo essere confusa con l’altra, quella di nullità, né potendo ad essa sovrapporsi, perché la prima eccezione opera “ex ante”, per impedire un atto invalido, mentre la seconda agisce “ex post”, per evitare che i suoi effetti si consolidino”.
L‘art. 2724 c.c. descrive i casi in cui la prova per testimoni è ammessa in ogni caso specificando tre ipotesi:
1) quando vi è un principio di prova per iscritto: questo è costituito da qualsiasi scritto, proveniente dalla persona contro la quale è diretta la domanda o dal suo rappresentante, che faccia apparire verosimile il fatto;
2) quando il contraente è stato nell’impossibilità morale o materiale di procurarsi una prova scritta;
3) quando il contraente ha senza sua colpa perduto il documento che gli forniva la prova.
L’art. 2725 c.c. prevede che quando secondo la legge o la volontà delle parti, un contratto deve essere provato per iscritto, la prova per testimoni è ammessa soltanto nel caso indicato dal n. 3 dell’articolo precedente.
La Suprema Corte con sentenza n. 1944 del 2014 ha stabilito che in tema di prova testimoniale, agli effetti degli artt. 2724, n. 3, e 2725 cod. civ., la perdita del documento non può ritenersi incolpevole solo perché esso è stato affidato a terzi, dovendo risultare, viceversa, in ragione dello sfavore legislativo per la testimonianza su particolari contratti, che il comportamento dell’affidante sia stato adeguato e che l’affidatario sia esente da colpa. L’eccezione ammessa deve essere interpretata con la massima attenzione e del tutto restrittivamente, proprio per non consentire un’agevole elusione della norma.
La stessa regola si applica nei casi in cui la forma scritta è richiesta sotto pena di nullità. La giurisprudenza ha escluso che la prova testimoniale possa sostituire la forma scritta quando la stessa è prevista a pena di nullità, ma non vieta che attraverso la prova testimoniale si accerti la effettiva riferibilità ad un determinato soggetto di un documento esistente. E di cui lo stesso risulti l’autore ( Cass. Civ. n. 5439/2002).
Tale limitazione non è applicabile nel caso previsto dell’art. 1417 c.c. che stabilisce che la prova per testimoni della simulazione è ammissibile senza limiti, se la domanda è proposta da creditori o da terzi e, qualora sia diretta a far valere l’illiceità del contratto dissimulato, anche se è proposta dalle parti.

In ordine alla ammissibilità delle richieste di prove per testi
I capitoli di prova sono inammissibili quando sono rivolti a far esprimere un giudizio, valutativi, generici, provati o da provare documentalmente ed anche formulati negativamente, nonché quando sono vertenti su circostanze non indicate né in Atto di citazione o in Comparsa di Costituzione e Risposta, né nella Memoria ex art. 183 6° co. n. 1 c.p.c..
Il capitolo di prova deve essere teso a riferire al Giudice un fatto, da cui eventualmente lo stesso possa trarre un proprio giudizio, mai una mera valutazione personale del teste.
Costante giurisprudenza della Suprema Corte ha chiarito come la deduzione della prova per testi non può avvenire in modo generico ed impreciso, ma deve essere fatta mediante l’indicazione specifica dei fatti da provare (art. 244 c.p.c.), al duplice scopo di consentire, al giudice, la valutazione della concludenza della prova, ed alla controparte la preparazione di adeguata difesa. (Cass. civ. n. 1938/1987).
Pertanto, non possono essere ammessi, in quanto non aventi ad oggetto fatti specifici, i capitoli di prova diretti ad ottenere dal teste un mero giudizio, privo cioè di riferimenti concreti e appigli obiettivi (Cass. n. 4111/95; Cass. n. 1173/94).
La Suprema Corte, con la sentenza n. 13693/2012, stabilisce come l’affermazione dell’esistenza di un nesso causale tra due fenomeni costituisce sempre il frutto di un’attività di giudizio e valutazione, e non già di semplice percezione di un fatto concreto. Ne consegue che la prova testimoniale non può mai avere ad oggetto l’affermazione o la negazione dell’esistenza del nesso di causalità tra una condotta ed un fatto illecito, ma può solo limitarsi a descrivere i fatti obiettivi, restando poi riservato al giudice stabilire se quei fatti possano essere stati la causa del danno.
La prova orale, inoltre, nel caso in cui sia contraria a prova documentale non può avere per oggetto una prova contraria ad un documento sottoscritto da entrambe le parti.
E’ da considerarsi inammissibile altresì la prova testimoniale quando sia rivolta a provare la stipulazione di accordi anteriori o contemporanei rispetto alla stipulazione del documento, essendovi un divieto assoluto in ordine all’ammissibilità della prova orale costituenda in tale caso (art. 2722 c.c.).
Inoltre, sono inammissibili i capitoli di prova quando hanno per oggetto questioni tecnico giuridico contabili in quanto, in tal caso, si scontrano con il divieto previsto dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 4370/1996 secondo cui la prova testimoniale non può avere ad oggetto apprezzamenti o giudizi, ma fatti obiettivi, e deve essere intesa nel senso che essa non può tradursi in una interpretazione del tutto soggettiva o indiretta ed in apprezzamenti tecnici o giuridici.
Ove sussista l’esigenza di dimostrare che uno specifico fatto non è avvenuto, la relativa prova dovrà essere fornita mediante uno specifico fatto positivo contrario od anche per mezzo di presunzioni dalle quali possa essere ricavato il fatto negativo.
La giurisprudenza della S.C. ha affermato un principio consolidato: l’onere probatorio gravante, a norma dell’art. 2697 c.c., su chi intende far valere in giudizio un diritto, ovvero su chi eccepisce la modifica o l’estinzione del diritto da altri vantato, non subisce deroga neanche quando abbia ad oggetto “fatti negativi”, in quanto la negatività dei fatti oggetto della prova non esclude ne’ inverte il relativo onere, gravando esso pur sempre sulla parte che fa valere il diritto di cui il fatto, pur se negativo, ha carattere costitutivo; tuttavia, non essendo possibile la materiale dimostrazione di un fatto non avvenuto, la relativa prova può esser data mediante dimostrazione di uno specifico fatto positivo contrario, o anche mediante presunzioni dalle quali possa desumersi il fatto negativo (Cass. n. 15162/2008).
Si deve, dunque, considerare se vi sia un tentativo di provare un fatto positivo o contrario da cui possa trovare conferma il fatto negativo, dovendosi prendere atto in caso opposto, come il capitolo di prova si scontri apertamente con il divieto di formulare capitoli di prova in tale forma e, dunque, deve essere considerato inammissibile.
Si ritiene, peraltro, che il capitolo di prova debba essere formulato compiutamente e non in maniera generica e incompleta a pena di inammissibilità, anche al fine di porre la controparte in grado di potersi difendere sul punto, non essendo la possibilità del Giudice di chiedere precisazioni un motivo di esonero dall’obbligo di redazione di un capitolo di prova con i requisiti di specifica indicazione del fatto.
Oltre a ciò, la specifica indicazione dei fatti non attiene al piano di validità della prova ma a quello iniziale del giudizio di rilevanza.

In ordine alla rilevabilità d’ufficio circa i vizi
In tema di prova per testimoni, le nullità o decadenze derivanti dalla violazione delle disposizioni contenute negli artt. 244 e seguenti c.p.c. hanno natura relativa e sono sanate per acquiescenza delle parti, in quanto sono stabilite dalla legge a tutela dei loro interessi, e non per motivi di ordine pubblico (Cass. civ. n. 12687/1998). Anche la nullità per incapacità a testimoniare (art. 246 c.p.c.) deve essere opposta tempestivamente dalla parte interessata secondo le modalità previste dall’art. 157, secondo comma, c.p.c. (Cass. civ. n. 20652/2009).
Tale condizione “deve essere contestata subito dopo l’espletamento della prova e, qualora detta eccezione sia respinta o ignorata dal Giudice di prime cure, la parte interessata ha l’onere di riproporla anche nei successivi atti di impugnazione, compreso il giudizio di legittimità nel quale va altresì allegata la dimostrazione della tempestività dell’eccezione (Cass. 23896/2016).
L’art. 157, 2 comma c.p.c. precisa che soltanto la parte nel cui interesse è stabilito un requisito può opporre la nullità dell’atto per la mancanza del requisito stesso, ma deve farlo nella prima istanza o difesa successiva all’atto o alla notizia di esso.
Tale irrilevabilità d’ufficio viene comunque meno “quando la prova stessa verta su apprezzamenti e valutazioni del testimone piuttosto che su fatti specifici a conoscenza dello stesso: infatti, poiché il Giudice non può legare il suo convincimento ai giudizi dei testi, la predetta prova resterebbe comunque inutilizzabile anche in assenza di una eccezione di parte (v. Cass. 8620/1996).